lunedì 27 settembre 2021

NELLE COPERTINE IL VOLTO DEI LIBRI

di Gianluca Prosperi

Circolava un tempo una battuta polemica nella contrapposizione tra scuole di storici e critici d’arte, secondo cui gli esponenti della corrente avversaria per spiegare un quadro preferenzialmente parlavano della cornice, a significare il diverso rilievo assegnato agli elementi estrinseci o intrinseci nell’opera d’arte. Nondimeno anche le copertine incorniciano il libro, ma ne sono strettamente correlate, anticipandone visivamente in qualche modo il contenuto. Fanno parte di quel paratesto che comprende oltre l’immagine di copertina, la nota biografica, in alcuni casi la foto dell’autore, le prefazioni, le dediche, i ringraziamenti e una presentazione riassuntiva del testo a scopo promozionale come invito alla lettura. 

Con la consueta verve e curiosità intellettuale Alberto Arbasino aveva già notato quanta importanza avessero per l’acquirente-lettore le cosiddette mini-critiche poste nei risvolti o nel retro della copertina, dove in poche righe si espongono le caratteristiche del libro e, tracciandone una cronistoria, ne aveva riscontrato una evoluzione, in parallelo alla trasformazione dell’editoria nel passaggio dalla produzione “artigianale” a quella “industriale”. Del resto in una sorta di necrologio per la scomparsa della vecchia collana Bur (Biblioteca Universale Rizzoli) dalle copertine grigie, riproposta in una rinnovata veste più colorata, da ricollegarsi agli sviluppi dell’industria culturale di massa con la diffusione dei libri “tascabili” in edizione economica, Pietro Citati scriveva che “le copertine bianche non attraggono più né i vecchi né i nuovi lettori” (Il Giorno, 24 /11/ 1971). 

Se infatti la copertina, come porta d’ingresso del libro, per un verso deve assolvere agli obblighi di natura commerciale e perciò obbedire alle esigenze pubblicitarie, in modo che l’illustrazione riesca ad attirare anche inconsciamente ed emotivamente l’attenzione dei lettori, dall’altro assume un valore specifico ed intrinseco, annunciando ed interpretando visivamente il contenuto e il significato del testo. Ottima perciò è stata la scelta del titolo Il volto dei libri. Libri da vedere per la mostra di copertine allestita al Castello di Santa Severa (dal 24 luglio al 9 settembre 2021) a cura di Giuseppe Garrera e Igor Patruno, autori pure della corrispettiva pubblicazione (nelle “edizioni cambiaunavirgola”, 2021), dove nella Premessa si ribadisce come le copertine siano “messaggi per gli occhi, pitture e grafica per un invito alla lettura e al viaggio. 


L’avventura visiva del libro”.
Quelle esposte, nell’ambito dell’editoria italiana dal 1950 ad oggi, documentano “alcuni dei casi più significativi e spettacolari di copertine e di esperimenti sulla forza di un libro, ancora prima che sia aperto e letto: oggetto d’arte e di illuminazione iconica”. Si inizia infatti nella sezione dedicata alle “Copertine per gli occhi. La soglia meravigliosa” con il contributo degli artisti Armando Testa, Mimmo Rotella, Mario Schifano, Alighiero Boetti, Luigi Veronesi. Tra loro campeggia la figura di Bruno Munari come ideatore e realizzatore di copertine in cui confluiscono due esperienze “immaginifiche”, di epigono della tradizione futurista e di pioniere dell’arte astratta nel MAC (Movimento di Arte Concreta) che “si uniscono in maniera meravigliosa nei libri per bambini”. Nei suoi confronti - scrivono i curatori -”non si finisce di averne ammirazione” per “un rigore geometrico di ordine e misura in cui a dominare sono i colori nero, bianco, rosso”, con diretto riferimento alla progettazione grafica delle collane “I Satelliti Bompiani” (dal 1971), il “Nuovo Politecnico” einaudiano e la “Nuova Universale Einaudi”. 

Nelle “Copertine di enigmi. 
Il messaggio della soglia” sono poi rappresentati i casi emblematici di Carlo Emilio Gadda, Elsa Morante e Giorgio Manganelli che “impongono” all’editore la scelta della copertina per le loro opere. Dall’edizione “zero” de La cognizione del dolore approntata fuori commercio da Einaudi, Gadda fece togliere il proprio ritratto che compariva nell’antiporta (perché la sua “facciazza” gli avrebbe arrecato “solo dolore e pena”) per sostituirlo nella prima edizione del 1963 con un particolare del paesaggio brianzolo in un dipinto di Bernardo Bellotto che immediatamente svelava le radici lombarde nella trasfigurazione ambientale sudamericana. Quando poi in una successiva edizione (nella collana “Supercoralli”, 1971) farà riprodurre la casa di famiglia a Longone, verrà offerta la soluzione dell’enigma, rendendosi ancora più evidente l’identificazione autobiografica con il protagonista del romanzo Don Gonzalo.
Pure Elsa Morante per le copertine dei racconti
Lo scialle andaluso (1963) e della raccolta poetica Il mondo salvato dai ragazzini (1968) propone i dipinti (rispettivamente Ritratto di E.M. e Le sbarre) del pittore americano Bill Morrow, morto suicida nel 1962 e con il quale la scrittrice aveva avuto una relazione sentimentale, mentre per il romanzo La Storia esige come immagine una foto di Robert Capa (della serie della guerra civile spagnola) con il cadavere di un bambino riverso in terra su un cumolo di macerie, per volontà dell’autrice, tutta virata in rosso sangue. Aggiungono inoltre Garrera e Patruno che “Elsa Morante non solo indica le immagini di copertina per le sue pubblicazioni, ma pretende un controllo quasi ossessivo delle note biografiche, delle foto, dell’impaginato e, addirittura, della collana e del prezzo. Il controllo riguarda anche tutte le ristampe e le edizioni economiche o tascabili”. Farà così scrivere di sé nel risvolto di copertina del volume Lo scialle andaluso: “La biografia di E.M. è troppo folta di avvenimenti ordinari e straordinari per riassumerla in questo spazio. Basti dunque sapere che E.M. è nata per caso a Roma, da genitori italiani di opposte provenienze. E che rifiuta di dire la sua età anagrafica perché non crede alle età anagrafiche”.
Da parte sua Giorgio Manganelli non solo dispone che in copertina di un libro alquanto singolare come
Nuovo commento (costituito da una serie di note, postille e spiegazioni di un’opera che non c’è) sia riprodotta la composizione di un labirintico gioco tipografico di Takahaschi Schachito, ma detta anche la dicitura sulla fascetta pubblicitaria con l’ annuncio “Il libro è altrove”. Appartengono invece alla tipologia “Contro le copertine. La soglia negata” gli esempi di J. D. Salinger, Tommaso Landolfi e della Cooperativa Scrittori. Al controllo dell’autore era sfuggita l’edizione italiana “pirata” e clandestina del romanzo Il giovane Holden (Gherardo Casini Editore, 1952) con il titolo Vita di un uomo che recava nella sovraccoperta il Ritratto di Armand Roulin di Van Gogh e nel retro la foto-ritratto di Salinger. Non gli sfuggirà però quella ufficiale einaudiana (nella collana “I Supercoralli”, 1961) che lo farà infuriare per il disegno (realizzato da Behn Shahn) di un ragazzo che mangia un cono gelato e, soprattutto, per le tre sue foto-ritratto (in età diverse) riprodotte nel retro, tanto da imporre, tramite il suo agente italiano Eric Linder, una copertina bianca, conformemente alla sua volontà di rendersi invisibile e di scomparire dalla scena letteraria. Cosicché dopo un tentativo grafico di Munari, nelle successive edizioni “l’Einaudi ripiegherà su una copertina muta con un rettangolo listato di nero, poi un quadrato listato di nero, per infine cedere al desiderio definitivo dell’autore”, d’inserire solo il nome (siglato), il cognome e il titolo del romanzo. L’idiosincrasia dello scrittore per la propria effige sarà quindi resa visibile dalla foto dell’autore posta nel risvolto di copertina de La biere du pecher (Vallecchi, 1953) in cui Landolfi si fa ritrarre con la mano che nasconde il viso, sottraendosi simbolicamente all’identificazione.
Priva di immagini e ornamenti e con la prevalenza dei caratteri tipografici sarà pure la veste grafica del progetto editoriale della Cooperativa Scrittori (fondata da Luigi Malerba nel 1971 e ufficializzata nel 1972) affidato a Luigi Trevisani (progettista l’anno precedente del “Manifesto”) e caratterizzato da un’impostazione sobria e persino severa, in cui le collane si differenziavano solo per il diverso colore e una bordatura perimetrale che riquadrava in copertina i dati bibliografici dei singoli volumi. Niente altro, né alette, né figure e illustrazioni.



Allarga la visuale il godibile libro di Valentina Notarberardino,
Fuori di testo. Titoli, copertine, fascette e altre diavolerie (Ponte alle Grazie, 2020), sia sul versante della più recente letteratura (con inedite testimonianze sulla “confezione” dei libri e sui retroscena dell’editoria da parte di alcuni dei maggiori scrittori odierni (da Albinati a Saviano), sia soprattutto su quei “margini libreschi” o “soglie” della lettura, come Gérard Genette (Soglie, 1987) ha definito l’insieme degli elementi da lui ricondotti sotto la categoria di paratesto. A sua volta suddivisa in due sottocategorie: il peritesto, inclusivo di quanto estrinseco al testo è presente nel volume e l’epitesto, ovvero i discorsi intorno all’opera ma esterni al libro, come le interviste, i diari, le corrispondenze, la pubblicità… Un “occhio di riguardo” (e non potrebbe essere diversamente, scrive Giuseppe Matarazzo nella recensione al volume su “Avvenire” del 22 / 12 / 2020) è comunque riservato alle copertine (“l’abito che fa il monaco”) e ai ritratti (“faccia da libro”) con una panoramica di casi (dagli stili inconfondibili di Sellerio e Adelphi alle più estrose) illustrati anche attraverso la voce dei protagonisti, come Riccardo Falcinelli che con il suo studio grafico produce trecento copertine all’anno per vari editori. Tra i più gustosi aneddoti riferiti, si racconta come non sia stata rispettata la volontà di Franz Kafka di pubblicare la Metamorfosi senza l’immagine dello scarafaggio in copertina, come pure divertente è l’episodio in cui (protagonista lo stesso Falcinelli), per mancanza di tempo, invece di cambiare una copertina non rispondente ai contenuti del libro, ne fu mutato il testo.
Diversamente per
Le benevole di Jonathan Littell (pubblicato in Italia da Einaudi), la fotografia di Mimmo Jodice, selezionata per la copertina, raffigurante il volto di una statua erosa dal tempo fu sostituita (per intuizione di Monica Aldi), con il Concetto spaziale di Lucio Fontana (scelta poi emulata da altri editori internazionali), perché il male raccontato nel libro sarebbe stato più efficacemente “suggerito da uno squarcio, un taglio, una ferita nella storia del Novecento”. Secondo l’autrice, quindi, “Se è vero che la copertina non è il libro, è certo l’elemento su cui gli editori puntano di più. Il primo criterio che li guida nella realizzazione, di fatto, è quello estetico. 

Foto a effetto, illustrazioni coloratissime, grafiche irresistibili”.
Della varietà tipologica di figurazioni sono in qualche modo esemplificative e persino paradigmatiche le copertine della collana “Oscar” Mondadori. Fin dall’avvio nel 1965, per i cosiddetti “tascabili” ci si è avvalsi di grafici per avvicinare, con personali cifre stilistiche, il lettore al contenuto del libro, evidenziandone gli aspetti più rilevanti. A lungo vi hanno collaborato Paolo Guidotti (pure
art-director della Rizzoli dal 1971 al 1981) e principalmente Ferenc Pinter che per un trentennio ha illustrato le copertine della collana “Segretissimo”, delle inchieste del commissario Maigret e dei gialli di Agatha Christie, ma soprattutto degli “Oscar”, con immagini surreali venate da una forte componente espressionistica. Spesso però si è anche ricorso ad accostamenti tra scrittori e artisti, in ragione della loro affinità, cosicché sono stati abbinati, solo per indicare qualche esempio, Sartre - Giacometti, Cassola – Mafai (per La casa di via Valadier), Silone - Guttuso in Fontamara, Pratolini - Rosai, D’Annunzio – Klimt.



Nel caso invece di narratori (o poeti) che siano pure pittori, di frequente si è associata una loro opera figurativa al testo letterario, per un confronto tra le due modalità espressive (parola e immagine) ritenute per lo più convergenti e quasi un rispecchiamento a
double face dell’autore. È stato perciò scelto un dipinto di Carlo Levi per visualizzare Cristo si è fermato a Eboli, in quanto quel mondo contadino rappresentato nella sua forza espressionista di un ancoraggio alla terra con propri valori e sostanziato da elementi etnico–magici del romanzo trova corrispondenze nella densità degli impasti cromatico-figurativi del paesaggio lucano. Allo stesso modo la prosa di Dino Buzzati, attraversata da una fantasia surreale e da astrazioni metafisiche (per cui è stato richiamato il nome di Kafka) si riflette nei suoi dipinti, dominati da una visionarietà con accenti favolistici. Quando poi la trasposizione cinematografica di successo fa da propellente al rilancio di un romanzo, i fotogrammi del film s’impongono sulle precedenti immagini, come è avvenuto appunto con Il deserto dei Tartari dello stesso Buzzati e in varie altre riedizioni (per citarne alcune), dalla cassoliana La ragazza di Bube a Metello di Pratolini, fino al lampedusiano Gattopardo che pubblicato da Feltrinelli, segnala la tendenza trasversale dell’editoria a valersi del cinema come potente supporto per veicolare la letteratura. 

Nata con la funzione di “coperta” per proteggere i fogli che contengono il testo, ne è diventata una parte integrante, per cui, come si è visto, sostare in limine, lungi da essere un diversivo alla lettura, è invece il suo complemento, perché da quella “porta d’ingresso” in una operazione esegetica integrata, si possono ricavare indicazioni per meglio accedere alla comprensione del testo, se non addirittura per svelarne reconditi significati.


lunedì 2 agosto 2021

 La DEMOCRAZIA GRECA, la "YBRIS" e la "GIUSTA MISURA" 

Il tema che presento è quello della "ybris", termine che i Greci utilizzavano per descrivere la tendenza degli uomini ad andare oltre ciò che rappresenta il "metrion", la "giusta misura".

Che tuttavia non deve intendersi come mimetizzazione entro ciò che è scontato e comunemente accettato, piuttosto va visto come sfida, come rivolta o capriccio contro l'ordine divino, da intendersi come ordine stabilito dagli dei o anche come ordine naturale.

Presuppone un'orgogliosa coscienza di sé, che tracima e finisce nella tracotanza, nell'insolenza, nella mancanza di riconoscenza verso l'opera altrui, con scelte spesso sovraccaricate di esaltazione per una momentanea ed effimera fortuna, il cui esito finale è un atteggiamento di ostinata sopravvalutazione di sé e delle proprie forze.



Per i greci la punizione degli dei è immancabile, e può avvenire attraverso sciagure in seguito ad atti orribili (nel video si narra di fratelli che uccidono fratelli, la cui carne viene offerta a Giove/Zeus travestito da viandante e quindi accolto nella propria casa ... da qui il diluvio universale), ma più in generale con una condanna delle istituzioni terrene o della comunità di appartenenza, senza escludere effetti perversi di una cattiva coscienza sul proprio equilibrio fisico e mentale.

"Ybris", concetto da tenere bene a mente anche oggi, ammesso e non concesso che serva a qualcosa il ricordarlo.

Luciano Priori Friggi



lunedì 15 marzo 2021

sabato 13 marzo 2021

 

ERAVAMO COMPAGNI DI BANCO


Dalla Scuola Elementare di Santa Prassede al Liceo “Jacopone” di Todi


di Gianluca Prosperi


Aula Magna del Liceo Jacopone a Todi

Addio dunque al “compagno di banco”, separato in aula a causa dell’ epidemia Covid che ha imposto a scuola, tra le altre procedure di prevenzione, anche i banchi monoposto a distanza regolamentare, in sostituzione di quelli in uso biposto. Ne ha lamentato la scomparsa (in via provvisoria o definitiva, si vedrà) Goffredo Buccini, tracciandone l’identikit con esemplificazione di noti personaggi, da Fellini a Wojtila: “ ‘Lui’, o ‘lei’, ineludibile quanto un topos narrativo o un ricordo profondo, ha un’identità diversa per ciascuno di noi.

È il compagno (o la compagna) di banco. Quello (o quella) della ridarella irrefrenabile dell’ultima ora; della battaglia navale sussurrata durante la lezione di applicazioni tecniche; della dritta salvavita prima di consegnare il compito di matematica; confessore di un amore impossibile, sostituto emotivo di una famiglia anaffettiva. Non è soltanto un amico o un’amica: è un fratello o una sorella pro tempore, per un tempo che a volte può dilatarsi al resto dell’esistenza e, anche quando così non è, rimane in noi immutabile, nei lineamenti, nei tic, in quella capacità sbalorditiva di colorare, meglio di chiunque altro in classe, il diario di Linus 1973; nello strafalcione sulle ‘ rondinelle’ che ‘s’alzan nel cielo / e perdònsi laggiù’, liberandoci così, con rivoluzionaria insipienza metrica, da una brutta poesia proprio sul filo della campanella” ("Se scompare il compagno di banco", Il Corriere della Sera, 30 agosto 2020).

Eravamo compagni di banco è il titolo del bel libro (Sugarco, 1987) di Nicola D’Amico che vi intraprende un viaggio attraverso i più prestigiosi licei italiani dove si sono formati allievi divenuti protagonisti della vita nazionale, ma ancor prima certifica più che una vicinanza, quasi una sorta di condominio, nella condivisione della comune esperienza scolastica che s’imprime nelle singole biografie e annulla qualsiasi distanza temporale tra i componenti di una medesima classe, per cui anche rimanendo lontani a lungo, quando ci si rivede è come se fosse passato un solo giorno dall’ultimo incontro, allo stesso modo peraltro del rapporto di fratellanza che perdura nella vita tra commilitoni.

                       Gianluca Prosperi (a sinistra), presenta il libro di un autore,
                                           il musicista Giuseppe Vessicchio

È vero che una maggiore mobilità in aula ha reso le disposizioni delle “coppie” nei banchi “meno stabili”, intercambiabili e a composizione mista, con ragazzi e ragazze insieme, rispetto al passato, quando invece una più rigida disciplina divideva le file dei maschi da quelle delle femmine, anche se alcuni insegnanti all’inizio dell’anno ancora compilano in apertura di registro la mappa della classe (soprattutto per chi ne ha più di una) per una più immediata identificazione e memorizzazione degli alunni.

Per esserci stati seduti, quelli della mia generazione ricordano i più austeri banchi in legno verniciati di nero, in un blocco unico con lo schienale, il sedile e i calamai incorporati, quando ancora si usavano i pennini (di forma usuale o più raffinata e le prime penne biro erano interdette dai maestri), in dotazione fino agli anni Sessanta per essere poi soppiantati dai più maneggevoli tavolinetti con il ripiano in formica dai colori chiari, corredati di seggioline mobili. Uno di quegli antichi banchi alla scuola elementare di Santa Prassede, il primo della fila centrale davanti alla cattedra, fu condiviso con il cosiddetto “capoclasse” (con i gradi in rosso sul grembiule nero, differenziati dalla V bianca del vice che fregiava il mio grembiule) a cui era delegato, in assenza temporanea dell’insegnante, il compito di scrivere alla lavagna i nomi dei “buoni” e dei “cattivi” e naturalmente per il ruolo che ricopriva, durante la “ricreazione”, nel gioco di “guardie e ladri” stava dalla parte dei tutori della legge. Distinguendosi per bravura (come il “Pierino” donmilaniano), era invidiato, perché, figlio di un maestro, aveva in casa l’ambita enciclopedia “Il Tesoro”, possedeva inoltre il registratore (marca “Geloso”) e uno dei primi proiettori che solo in pochi tra i compagni erano ammessi a vedere in funzione con la proiezione di filmini a carattere didattico fornite dal padre.

Farà parte poi, pur frequentando classi parallele nel prosieguo degli studi, della ristretta cerchia delle amicizie, consolidate nelle abituali uscite del passeggio cittadino e corroborate dalle conversazioni (e reciproche confidenze) adolescenziali, oltre che dalla iniziazione al fumo delle sigarette scelte per essere più chic piuttosto in base alla attrattività grafica dei pacchetti (da qualcuno pure collezionati) e dal sottoscritto presto dismesse. Con un altro compagno delle elementari, ritrovato nella medesima classe del corso liceale e anch’egli entrato nel circoscritto novero degli amici, ci si riuniva di frequente per fare i compiti (con l’immancabile merenda) nella casa di via Cesia, vicino alla mia abitazione, e nelle pause (spesso più lunghe del tempo di studio) si parlava d’altro (per esempio di gare automobilistiche di cui era appassionato o di politica con gli ardori e gli ideali giovanili negli anni dei Kennedy e di Martin Luther King), si giocava a carte (per il poker dovendo essere almeno in quattro, si approfittava del ripasso prima dei compiti in classe e delle interrogazioni generali), ma principalmente si programmavano strategie di corteggiamento delle ragazze.

Al ginnasio, il compagno di banco era per tutti noi “il dottore”, per la seriosità del suo abbigliamento, sempre in doppiopetto blu o grigio con abbinamento di camicie e cravatte. Nonostante l'aspetto più consono ad un professionista che a uno studente quindicenne, durante la lezione e a riparo dagli sguardi censori dei docenti, disvelava uno spirito giocoso, in particolare nella composizione di versi satirici su compagni e insegnanti, nella parodistica imitazione degli stessi e addirittura (con la complicità del vicino) mimando situazioni da indovinare o riproponendo scene dei teleromanzi.


Prefigurava invece già una vocazione da intellettuale, il “partner” di banco negli ultimi due anni liceali che di lì a poco avrebbe imboccato la via dell’impegno nel movimento sessantottesco. Ne assumeva anche l’adeguato contegno nel seguire le lezioni e negli interventi in classe, con aria assorta e compunta, affiancando ai libri di testo esibite monografie di approfondimento e le opere degli autori (da lui acquistai a metà prezzo la Critica della ragion pura nella collana “Universale Laterza”) e portando a scuola riviste come “La Fiera Letteraria” e “L’Espresso”. In un numero di quel settimanale (allora in formato “lenzuolo”) visto a casa sua, mentre ci si preparava agli esami di maturità (con inizio allora dal primo luglio), veniva registrata una svolta nei rapporti redazionali per la contrapposizione tra il direttore Eugenio Scalfari e il fondatore Arrigo Benedetti, (che in seguito a quella polemica uscì dal giornale per ridare poi vita a “Il Mondo”) sulla “guerra dei sei giorni” tra arabi e israeliani.

Decenni dopo, quando ormai ci si era persi di vista, rispondendo al telefono, mi sentii domandare se quel nome e cognome pronunciato dall’interlocutore mi dicesse nulla e di rimando immediatamente risposi che “eravamo compagni di banco” in seconda e terza liceo. Ci siamo così ritrovati qualche tempo dopo, con una certa emozione, nell’Aula Magna del nostro Liceo (dove peraltro erano state collocate le mie classi ginnasiali) a parlare di un libro, di cui lui era autore ed io presentatore.

Gianluca Prosperi


lunedì 4 gennaio 2021

LE "MINACCE" DI TRUMP

La  questione non è facilmente liquidabile. Io sto seguendo la faccenda elezioni da novembre. Questo il mio commento a botta calda (avevo letto solo un titolo): fino a ieri non fregava niente a nessuno dell'America, nonostante le denunce di brogli da parte di Donald Trump, ma soprattutto dei suoi seguaci, che sono realmente convinti della "fraud", frutto più che dei soli Dem, del "regno del male e delle tenebre", dicono (lo dice la base, il cui nocciolo duro  sono 35mln di votanti evangelici, moralisti e determinati alla massima potenza, come solo dei protestanti possono esserlo ... tra l'altro sono loro a costringerlo ad andare avanti, perché secondo me lui non vede l'ora di tagliare la corda).

Ma per il "regno del male e delle tenebre" prima Trump era il "matto", come erano stati ridicoli per altri versi, la Thatcher, Reagan, Cossiga, insomma tutti quelli dall'altra parte.
Personalizzare sempre e delegittimare, una malattia e un marchio di fabbrica. 

Dopo la pubblicazione del WP istantaneamente T. è diventato mafioso.
Dicevo, non avendo ancora letto che due righe: immagino che la telefonata fosse stata fatta dando per scontato che c'era frode. Quindi cosa avrà chiesto Trump? un riconteggio dei voti, sicuro che se fatto a regola d'arte avrebbe vinto alla grande ...
Poi ho letto un po' di cose e la prima idea è stata confermata.

Ecco la registrazione nel passaggio chiave. Trump dice che c'è stata frode, Raffensperger -Georgia Secretary of State, un repubblicano- nega, Trump gli ribatte "sai che l'hanno fatto e non lo stai segnalando, questo è un atto criminale, non puoi lasciare che accada", ci saranno conseguenze penali (Trump, volendo, puo' muovere la giustizia federale) per lui e il suo avvocato ("è un grosso rischio", precisa). 

Poi dice, abbiamo vinto con centinaia di migliaia di voti di vantaggio, ma "guarda, tutto quello che voglio fare è questo, voglio solo trovare 11.780 voti ... perché abbiamo vinto lo Stato. Allora dimmi Brad cosa faremo? Abbiamo vinto le elezioni e non è giusto che ci siano tolte in questo modo, e sarà molto costoso in molti modi".

La registrazione l'ha fatta lo stesso Raffensperger, segretamente, il che è reato. La pubblicazione sul WP inoltre non riporta trattarsi di "discussione di accordo riservato" del contenzioso, che è ancora in corso.

Ora Raffensperger deve rispondere a due cause, un reato federale e uno statale, intentate dall'avvocato della Casa Bianca.