L'esperto militare ucraino Roman Svitan ritiene che le forze armate arriveranno sulla costa del Mar d'Azov già nella primavera del 2023. Inoltre, entro la fine dell'estate, i difensori ucraini libereranno la Crimea annessa.
Ha espresso questa opinione in un commento a RBC-Ucraina .
Secondo lui, i russi cercheranno di fare pressione sui fronti di Donetsk e Luhansk entro aprile. Quando il rapporto tra le forze sarà pareggiato, quando il numero di forze e fondi russi sarà approssimativamente uguale al nostro, il fronte si stabilizzerà.
"In questo momento, le truppe ucraine andranno sulla costa dell'Azov. Cioè, tra l'inizio di marzo e la fine di febbraio, a seconda del tempo. Il tempo ha una forte influenza sul processo decisionale, poiché le attrezzature pesanti si impantanano il terreno slavato Dopo aver raggiunto la costa di Azov, taglieremo un corridoio di terra verso la Crimea Dopodiché, manterremo i russi in prima linea che saranno nell'area del Donbass, e in questo momento libereremo contemporaneamente Zaporizhia, Regioni di Kherson ed entrare in Crimea", ha detto Svitan.
Secondo lui, sarà possibile trattare nuovamente con il Donbas solo dopo che la penisola sarà completamente ripulita dai russi. L'esperto ritiene che la questione con il Donbas sarà risolta già in autunno.
"Da qualche parte fino all'autunno continueremo a trattare con il Donbass, sulla base delle forze e dei fondi che avremo noi e i russi. Sarà difficile, ma molto dipende da quale nomenclatura e in quale quantità l'Occidente ci darà. Il più ci danno, più è facile e libereremo il Donbas prima", è convinto Roman Svitan.
Si ricorderà che gli invasori russi costruirono una base nel nord della penisola di Crimea. L'analista di OSINT Brady Africa ha rilasciato immagini satellitari che mostrano un eliporto, un perimetro fortificato e tracce di veicoli.
Circolava
un tempo una battuta polemica nella contrapposizione tra scuole di
storici e critici d’arte, secondo cui gli esponenti della corrente
avversaria per spiegare un quadro preferenzialmente parlavano della
cornice, a significare il diverso rilievo assegnato agli elementi
estrinseci o intrinseci nell’opera d’arte. Nondimeno anche le
copertine incorniciano
il libro, ma ne sono strettamente correlate, anticipandone
visivamente in qualche modo il contenuto. Fanno parte di quel
paratesto
che comprende oltre l’immagine di copertina, la nota biografica, in
alcuni casi la foto dell’autore, le prefazioni, le dediche, i
ringraziamenti e una presentazione riassuntiva del testo a scopo
promozionale come invito alla lettura.
Con la consueta verve
e curiosità intellettuale Alberto Arbasino aveva già notato quanta
importanza avessero per l’acquirente-lettore le cosiddette
mini-critiche poste nei risvolti o nel retro della copertina, dove in
poche righe si espongono le caratteristiche del libro e, tracciandone
una cronistoria, ne aveva riscontrato una evoluzione, in parallelo
alla trasformazione dell’editoria nel passaggio dalla produzione
“artigianale” a quella “industriale”. Del resto in una sorta
di necrologio per la scomparsa della vecchia collana Bur (Biblioteca
Universale Rizzoli) dalle copertine grigie, riproposta in una
rinnovata veste più colorata, da ricollegarsi agli sviluppi
dell’industria culturale di massa con la diffusione dei libri
“tascabili” in edizione economica, Pietro Citati scriveva che “le
copertine bianche non attraggono più né i vecchi né i nuovi
lettori” (Il Giorno, 24 /11/ 1971).
Se infatti la copertina,
come porta d’ingresso del libro, per un verso deve assolvere agli
obblighi di natura commerciale e perciò obbedire alle esigenze
pubblicitarie, in modo che l’illustrazione riesca ad attirare anche
inconsciamente ed emotivamente l’attenzione dei lettori, dall’altro
assume un valore specifico ed intrinseco, annunciando ed
interpretando visivamente il contenuto e il significato del testo.
Ottima perciò è stata la scelta del titolo Il
volto dei libri. Libri da vedere
per la mostra di copertine allestita al Castello di Santa Severa (dal
24 luglio al 9 settembre 2021) a cura di Giuseppe Garrera e Igor
Patruno, autori pure della corrispettiva pubblicazione (nelle
“edizioni cambiaunavirgola”, 2021), dove nella Premessa
si
ribadisce come le copertine siano “messaggi per gli occhi, pitture
e grafica per un invito alla lettura e al viaggio.
L’avventura
visiva del libro”. Quelle esposte, nell’ambito dell’editoria
italiana dal 1950 ad oggi, documentano “alcuni dei casi più
significativi e spettacolari di copertine e di esperimenti sulla
forza di un libro, ancora prima che sia aperto e letto: oggetto
d’arte e di illuminazione iconica”. Si inizia infatti nella
sezione dedicata alle “Copertine per gli occhi. La soglia
meravigliosa” con il contributo degli artisti Armando Testa, Mimmo
Rotella, Mario Schifano, Alighiero Boetti, Luigi Veronesi. Tra loro
campeggia la figura di Bruno Munari come ideatore e realizzatore di
copertine in cui confluiscono due esperienze “immaginifiche”, di
epigono della tradizione futurista e di pioniere dell’arte astratta
nel MAC (Movimento di Arte Concreta) che “si uniscono in maniera
meravigliosa nei libri per bambini”. Nei suoi confronti - scrivono
i curatori -”non si finisce di averne ammirazione” per “un
rigore geometrico di ordine e misura in cui a dominare sono i colori
nero, bianco, rosso”, con diretto riferimento alla progettazione
grafica delle collane “I Satelliti Bompiani” (dal 1971), il
“Nuovo Politecnico” einaudiano e la “Nuova Universale Einaudi”.
Nelle “Copertine di enigmi. Il messaggio della soglia” sono poi
rappresentati i casi emblematici di Carlo Emilio Gadda, Elsa Morante
e Giorgio Manganelli che “impongono” all’editore la scelta
della copertina per le loro opere. Dall’edizione “zero” de La
cognizione del dolore
approntata fuori commercio da Einaudi, Gadda fece togliere il proprio
ritratto che compariva nell’antiporta (perché la sua “facciazza”
gli avrebbe arrecato “solo dolore e pena”) per sostituirlo nella
prima edizione del 1963 con un particolare del paesaggio brianzolo in
un dipinto di Bernardo Bellotto che immediatamente svelava le radici
lombarde nella trasfigurazione ambientale sudamericana. Quando poi in
una successiva edizione (nella collana “Supercoralli”, 1971) farà
riprodurre la casa di famiglia a Longone, verrà offerta la
soluzione dell’enigma, rendendosi ancora più evidente
l’identificazione autobiografica con il protagonista del romanzo
Don Gonzalo. Pure Elsa Morante per le copertine dei racconti Lo
scialle andaluso (1963)
e della raccolta poetica Il
mondo salvato dai ragazzini
(1968) propone i dipinti (rispettivamente Ritratto
di E.M. e
Le
sbarre)
del pittore americano Bill Morrow, morto suicida nel 1962 e con il
quale la scrittrice aveva avuto una relazione sentimentale, mentre
per il romanzo La
Storia
esige come immagine una foto di Robert Capa (della serie della guerra
civile spagnola) con il cadavere di un bambino riverso in terra su
un cumolo di macerie, per volontà dell’autrice, tutta virata in
rosso sangue. Aggiungono inoltre Garrera e Patruno che “Elsa
Morante non solo indica le immagini di copertina per le sue
pubblicazioni, ma pretende un controllo quasi ossessivo delle note
biografiche, delle foto, dell’impaginato e, addirittura, della
collana e del prezzo. Il controllo riguarda anche tutte le ristampe e
le edizioni economiche o tascabili”. Farà così scrivere di sé
nel risvolto di copertina del volume Lo
scialle andaluso:
“La biografia di E.M. è troppo folta di avvenimenti ordinari e
straordinari per riassumerla in questo spazio. Basti dunque sapere
che E.M. è nata per caso a Roma, da genitori italiani di opposte
provenienze. E che rifiuta di dire la sua età anagrafica perché non
crede alle età anagrafiche”. Da parte sua Giorgio Manganelli non
solo dispone che in copertina di un libro alquanto singolare come
Nuovo
commento (costituito
da una serie di note, postille e spiegazioni di un’opera che non
c’è) sia riprodotta la composizione di un labirintico gioco
tipografico di Takahaschi Schachito, ma detta anche la dicitura sulla
fascetta pubblicitaria con l’ annuncio “Il libro è altrove”.
Appartengono invece alla tipologia “Contro le copertine. La soglia
negata” gli esempi di J. D. Salinger, Tommaso Landolfi e della
Cooperativa Scrittori. Al controllo dell’autore era sfuggita
l’edizione italiana “pirata” e clandestina del romanzo Il
giovane Holden
(Gherardo Casini Editore, 1952) con il titolo Vita
di un uomo
che recava nella sovraccoperta il Ritratto
di Armand Roulin
di Van Gogh e nel retro la foto-ritratto di Salinger. Non gli
sfuggirà però quella ufficiale einaudiana (nella collana “I
Supercoralli”, 1961) che lo farà infuriare per il disegno
(realizzato da Behn Shahn) di un ragazzo che mangia un cono gelato e,
soprattutto, per le tre sue foto-ritratto (in età diverse)
riprodotte nel retro, tanto da imporre, tramite il suo agente
italiano Eric Linder, una copertina bianca, conformemente alla sua
volontà di rendersi invisibile e di scomparire dalla scena
letteraria. Cosicché dopo un tentativo grafico di Munari, nelle
successive edizioni “l’Einaudi ripiegherà su una copertina muta
con un rettangolo listato di nero, poi un quadrato listato di nero,
per infine cedere al desiderio definitivo dell’autore”,
d’inserire solo il nome (siglato), il cognome e il titolo del
romanzo. L’idiosincrasia dello scrittore per la propria effige sarà
quindi resa visibile dalla foto dell’autore posta nel risvolto di
copertina de La
biere du pecher
(Vallecchi, 1953) in cui Landolfi si fa ritrarre con la mano che
nasconde il viso, sottraendosi simbolicamente all’identificazione.
Priva di immagini e ornamenti e con la prevalenza dei caratteri
tipografici sarà pure la veste grafica del progetto editoriale della
Cooperativa Scrittori (fondata da Luigi Malerba nel 1971 e
ufficializzata nel 1972) affidato a Luigi Trevisani (progettista
l’anno precedente del “Manifesto”) e caratterizzato da
un’impostazione sobria e persino severa, in cui le collane si
differenziavano solo per il diverso colore e una bordatura
perimetrale che riquadrava in copertina i dati bibliografici dei
singoli volumi. Niente altro, né alette, né figure e illustrazioni.
Allarga la visuale il godibile libro di Valentina Notarberardino,
Fuori
di testo. Titoli, copertine, fascette e altre diavolerie
(Ponte alle Grazie, 2020), sia sul versante della più recente
letteratura (con inedite testimonianze sulla “confezione” dei
libri e sui retroscena dell’editoria da parte di alcuni dei
maggiori scrittori odierni (da Albinati a Saviano), sia soprattutto
su quei “margini libreschi” o “soglie” della lettura, come
Gérard Genette (Soglie,
1987) ha definito l’insieme degli elementi da lui ricondotti sotto
la categoria di paratesto.
A sua volta suddivisa in due sottocategorie: il peritesto,
inclusivo di quanto estrinseco al testo è presente nel volume e
l’epitesto,
ovvero i discorsi intorno all’opera ma esterni al libro, come le
interviste, i diari, le corrispondenze, la pubblicità… Un “occhio
di riguardo” (e non potrebbe essere diversamente, scrive Giuseppe
Matarazzo nella recensione al volume su “Avvenire” del 22 / 12 /
2020) è comunque riservato alle copertine (“l’abito che fa il
monaco”) e ai ritratti (“faccia da libro”) con una panoramica
di casi (dagli stili inconfondibili di Sellerio e Adelphi alle più
estrose) illustrati anche attraverso la voce dei protagonisti, come
Riccardo Falcinelli che con il suo studio grafico produce trecento
copertine all’anno per vari editori. Tra i più gustosi aneddoti
riferiti, si racconta come non sia stata rispettata la volontà di
Franz Kafka di pubblicare la Metamorfosi
senza l’immagine dello scarafaggio in copertina, come pure
divertente è l’episodio in cui (protagonista lo stesso
Falcinelli), per mancanza di tempo, invece di cambiare una copertina
non rispondente ai contenuti del libro, ne fu mutato il testo.
Diversamente per Le
benevole
di Jonathan Littell (pubblicato in Italia da Einaudi), la fotografia
di Mimmo Jodice, selezionata per la copertina, raffigurante il
volto di una statua erosa dal tempo fu sostituita (per intuizione di
Monica Aldi), con il Concetto
spaziale
di Lucio Fontana (scelta poi emulata da altri editori
internazionali), perché il male raccontato nel libro sarebbe stato
più efficacemente “suggerito da uno squarcio, un taglio, una
ferita nella storia del Novecento”. Secondo l’autrice, quindi,
“Se è vero che la copertina non è il libro, è certo l’elemento
su cui gli editori puntano di più. Il primo criterio che li guida
nella realizzazione, di fatto, è quello estetico.
Foto a effetto,
illustrazioni coloratissime, grafiche irresistibili”. Della varietà
tipologica di figurazioni sono in qualche modo esemplificative e
persino paradigmatiche le copertine della collana “Oscar”
Mondadori. Fin dall’avvio nel 1965, per i cosiddetti “tascabili”
ci si è avvalsi di grafici per avvicinare, con personali cifre
stilistiche, il lettore al contenuto del libro, evidenziandone gli
aspetti più rilevanti. A lungo vi hanno collaborato Paolo Guidotti
(pure art-director
della Rizzoli dal 1971 al 1981) e principalmente Ferenc Pinter che
per un trentennio ha illustrato le copertine della collana
“Segretissimo”, delle inchieste del commissario Maigret e dei
gialli di Agatha Christie, ma soprattutto degli “Oscar”, con
immagini surreali venate da una forte componente espressionistica.
Spesso però si è anche ricorso ad accostamenti tra scrittori e
artisti, in ragione della loro affinità, cosicché sono stati
abbinati, solo per indicare qualche esempio, Sartre - Giacometti,
Cassola – Mafai (per La
casa di via Valadier),
Silone - Guttuso in Fontamara,
Pratolini - Rosai, D’Annunzio – Klimt.
Nel caso invece di
narratori (o poeti) che siano pure pittori, di frequente si è
associata una loro opera figurativa al testo letterario, per un
confronto tra le due modalità espressive (parola e immagine)
ritenute per lo più convergenti e quasi un rispecchiamento a double
face dell’autore.
È stato perciò scelto un dipinto di Carlo Levi per visualizzare
Cristo
si è fermato a Eboli,
in quanto quel mondo contadino rappresentato nella sua forza
espressionista di un ancoraggio alla terra con propri valori e
sostanziato da elementi etnico–magici del romanzo trova
corrispondenze nella densità degli impasti cromatico-figurativi del
paesaggio lucano. Allo stesso modo la prosa di Dino Buzzati,
attraversata da una fantasia surreale e da astrazioni metafisiche
(per cui è stato richiamato il nome di Kafka) si riflette nei suoi
dipinti, dominati da una visionarietà con accenti favolistici.
Quando poi la trasposizione cinematografica di successo fa da
propellente al rilancio di un romanzo, i fotogrammi del film
s’impongono sulle precedenti immagini, come è avvenuto appunto con
Il
deserto dei Tartari dello
stesso Buzzati e in varie altre riedizioni (per citarne alcune),
dalla cassoliana La
ragazza di Bube
a Metello
di
Pratolini, fino al lampedusiano Gattopardo
che pubblicato da Feltrinelli, segnala la tendenza trasversale
dell’editoria a valersi del cinema come potente supporto per
veicolare la letteratura.
Nata con la funzione di “coperta” per
proteggere i fogli che contengono il testo, ne è diventata una parte
integrante, per cui, come si è visto, sostare in
limine,
lungi da essere un diversivo alla lettura, è invece il suo
complemento, perché da quella “porta d’ingresso” in una
operazione esegetica integrata, si possono ricavare indicazioni per
meglio accedere alla comprensione del testo, se non addirittura per
svelarne reconditi significati.
lunedì 2 agosto 2021
La DEMOCRAZIA GRECA, la "YBRIS" e la "GIUSTA MISURA"
Il tema che presento è quello della "ybris", termine che i Greci utilizzavano per descrivere la tendenza degli uomini ad andare oltre ciò che rappresenta il "metrion", la "giusta misura".
Che tuttavia non deve intendersi come mimetizzazione entro ciò che è scontato e comunemente accettato, piuttosto va visto come sfida, come rivolta o capriccio contro l'ordine divino, da intendersi come ordine stabilito dagli dei o anche come ordine naturale.
Presuppone un'orgogliosa coscienza di sé, che tracima e finisce nella tracotanza, nell'insolenza, nella mancanza di riconoscenza verso l'opera altrui, con scelte spesso sovraccaricate di esaltazione per una momentanea ed effimera fortuna, il cui esito finale è un atteggiamento di ostinata sopravvalutazione di sé e delle proprie forze.
Per i greci la punizione degli dei è immancabile, e può avvenire attraverso sciagure in seguito ad atti orribili (nel video si narra di fratelli che uccidono fratelli, la cui carne viene offerta a Giove/Zeus travestito da viandante e quindi accolto nella propria casa ... da qui il diluvio universale), ma più in generale con una condanna delle istituzioni terrene o della comunità di appartenenza, senza escludere effetti perversi di una cattiva coscienza sul proprio equilibrio fisico e mentale.
"Ybris", concetto da tenere bene a mente anche oggi, ammesso e non concesso che serva a qualcosa il ricordarlo.
Luciano Priori Friggi
lunedì 15 marzo 2021
Draghi, Draghi ... creduto!!! ... ce speravo.
sabato 13 marzo 2021
ERAVAMO
COMPAGNI DI BANCO
Dalla Scuola Elementare di Santa Prassede al Liceo “Jacopone” di Todi
di Gianluca Prosperi
Aula Magna del Liceo Jacopone a Todi
Addio dunque al “compagno di banco”, separato in aula a causa dell’ epidemia Covid che ha imposto a scuola, tra le altre procedure di prevenzione, anche i banchi monoposto a distanza regolamentare, in sostituzione di quelli in uso biposto. Ne ha lamentato la scomparsa (in via provvisoria o definitiva, si vedrà) Goffredo Buccini, tracciandone l’identikit con esemplificazione di noti personaggi, da Fellini a Wojtila: “ ‘Lui’, o ‘lei’, ineludibile quanto un topos narrativo o un ricordo profondo, ha un’identità diversa per ciascuno di noi.
È il compagno (o la compagna) di banco. Quello (o quella) della ridarella irrefrenabile dell’ultima ora; della battaglia navale sussurrata durante la lezione di applicazioni tecniche; della dritta salvavita prima di consegnare il compito di matematica; confessore di un amore impossibile, sostituto emotivo di una famiglia anaffettiva. Non è soltanto un amico o un’amica: è un fratello o una sorella pro tempore, per un tempo che a volte può dilatarsi al resto dell’esistenza e, anche quando così non è, rimane in noi immutabile, nei lineamenti, nei tic, in quella capacità sbalorditiva di colorare, meglio di chiunque altro in classe, il diario di Linus 1973; nello strafalcione sulle ‘ rondinelle’ che ‘s’alzan nel cielo / e perdònsi laggiù’, liberandoci così, con rivoluzionaria insipienza metrica, da una brutta poesia proprio sul filo della campanella” ("Se scompare il compagno di banco", Il Corriere della Sera, 30 agosto 2020).
Eravamo compagni di banco è il titolo del bel libro (Sugarco, 1987) di Nicola D’Amico che vi intraprende un viaggio attraverso i più prestigiosi licei italiani dove si sono formati allievi divenuti protagonisti della vita nazionale, ma ancor prima certifica più che una vicinanza, quasi una sorta di condominio, nella condivisione della comune esperienza scolastica che s’imprime nelle singole biografie e annulla qualsiasi distanza temporale tra i componenti di una medesima classe, per cui anche rimanendo lontani a lungo, quando ci si rivede è come se fosse passato un solo giorno dall’ultimo incontro, allo stesso modo peraltro del rapporto di fratellanza che perdura nella vita tra commilitoni.
Gianluca Prosperi (a sinistra), presenta il libro di un autore, il musicista Giuseppe Vessicchio È vero che una maggiore mobilità in aula ha reso le disposizioni delle “coppie” nei banchi “meno stabili”, intercambiabili e a composizione mista, con ragazzi e ragazze insieme, rispetto al passato, quando invece una più rigida disciplina divideva le file dei maschi da quelle delle femmine, anche se alcuni insegnanti all’inizio dell’anno ancora compilano in apertura di registro la mappa della classe (soprattutto per chi ne ha più di una) per una più immediata identificazione e memorizzazione degli alunni.
Per esserci stati seduti, quelli della mia generazione ricordano i più austeri banchi in legno verniciati di nero, in un blocco unico con lo schienale, il sedile e i calamai incorporati, quando ancora si usavano i pennini (di forma usuale o più raffinata e le prime penne biro erano interdette dai maestri), in dotazione fino agli anni Sessanta per essere poi soppiantati dai più maneggevoli tavolinetti con il ripiano in formica dai colori chiari, corredati di seggioline mobili. Uno di quegli antichi banchi alla scuola elementare di Santa Prassede, il primo della fila centrale davanti alla cattedra, fu condiviso con il cosiddetto “capoclasse” (con i gradi in rosso sul grembiule nero, differenziati dalla V bianca del vice che fregiava il mio grembiule) a cui era delegato, in assenza temporanea dell’insegnante, il compito di scrivere alla lavagna i nomi dei “buoni” e dei “cattivi” e naturalmente per il ruolo che ricopriva, durante la “ricreazione”, nel gioco di “guardie e ladri” stava dalla parte dei tutori della legge. Distinguendosi per bravura (come il “Pierino” donmilaniano), era invidiato, perché, figlio di un maestro, aveva in casa l’ambita enciclopedia “Il Tesoro”, possedeva inoltre il registratore (marca “Geloso”) e uno dei primi proiettori che solo in pochi tra i compagni erano ammessi a vedere in funzione con la proiezione di filmini a carattere didattico fornite dal padre.
Farà parte poi, pur frequentando classi parallele nel prosieguo degli studi, della ristretta cerchia delle amicizie, consolidate nelle abituali uscite del passeggio cittadino e corroborate dalle conversazioni (e reciproche confidenze) adolescenziali, oltre che dalla iniziazione al fumo delle sigarette scelte per essere più chic piuttosto in base alla attrattività grafica dei pacchetti (da qualcuno pure collezionati) e dal sottoscritto presto dismesse. Con un altro compagno delle elementari, ritrovato nella medesima classe del corso liceale e anch’egli entrato nel circoscritto novero degli amici, ci si riuniva di frequente per fare i compiti (con l’immancabile merenda) nella casa di via Cesia, vicino alla mia abitazione, e nelle pause (spesso più lunghe del tempo di studio) si parlava d’altro (per esempio di gare automobilistiche di cui era appassionato o di politica con gli ardori e gli ideali giovanili negli anni dei Kennedy e di Martin Luther King), si giocava a carte (per il poker dovendo essere almeno in quattro, si approfittava del ripasso prima dei compiti in classe e delle interrogazioni generali), ma principalmente si programmavano strategie di corteggiamento delle ragazze.
Al ginnasio, il compagno di banco era per tutti noi “il dottore”, per la seriosità del suo abbigliamento, sempre in doppiopetto blu o grigio con abbinamento di camicie e cravatte. Nonostante l'aspetto più consono ad un professionista che a uno studente quindicenne, durante la lezione e a riparo dagli sguardi censori dei docenti, disvelava uno spirito giocoso, in particolare nella composizione di versi satirici su compagni e insegnanti, nella parodistica imitazione degli stessi e addirittura (con la complicità del vicino) mimando situazioni da indovinare o riproponendo scene dei teleromanzi.
Prefigurava invece già una vocazione da intellettuale, il “partner” di banco negli ultimi due anni liceali che di lì a poco avrebbe imboccato la via dell’impegno nel movimento sessantottesco. Ne assumeva anche l’adeguato contegno nel seguire le lezioni e negli interventi in classe, con aria assorta e compunta, affiancando ai libri di testo esibite monografie di approfondimento e le opere degli autori (da lui acquistai a metà prezzo la Critica della ragion pura nella collana “Universale Laterza”) e portando a scuola riviste come “La Fiera Letteraria” e “L’Espresso”. In un numero di quel settimanale (allora in formato “lenzuolo”) visto a casa sua, mentre ci si preparava agli esami di maturità (con inizio allora dal primo luglio), veniva registrata una svolta nei rapporti redazionali per la contrapposizione tra il direttore Eugenio Scalfari e il fondatore Arrigo Benedetti, (che in seguito a quella polemica uscì dal giornale per ridare poi vita a “Il Mondo”) sulla “guerra dei sei giorni” tra arabi e israeliani.
Decenni dopo, quando ormai ci si era persi di vista, rispondendo al telefono, mi sentii domandare se quel nome e cognome pronunciato dall’interlocutore mi dicesse nulla e di rimando immediatamente risposi che “eravamo compagni di banco” in seconda e terza liceo. Ci siamo così ritrovati qualche tempo dopo, con una certa emozione, nell’Aula Magna del nostro Liceo (dove peraltro erano state collocate le mie classi ginnasiali) a parlare di un libro, di cui lui era autore ed io presentatore.
La questione non è facilmente liquidabile. Io sto seguendo la faccenda elezioni da novembre. Questo il mio commento a botta calda (avevo letto solo un titolo): fino a ieri non fregava niente a nessuno dell'America, nonostante le denunce di brogli da parte di Donald Trump, ma soprattutto dei suoi seguaci, che sono realmente convinti della "fraud", frutto più che dei soli Dem, del "regno del male e delle tenebre", dicono (lo dice la base, il cui nocciolo duro sono 35mln di votanti evangelici, moralisti e determinati alla massima potenza, come solo dei protestanti possono esserlo ... tra l'altro sono loro a costringerlo ad andare avanti, perché secondo me lui non vede l'ora di tagliare la corda).
Ma per il "regno del male e delle tenebre" prima Trump era il "matto", come erano stati ridicoli per altri versi, la Thatcher, Reagan, Cossiga, insomma tutti quelli dall'altra parte. Personalizzare sempre e delegittimare, una malattia e un marchio di fabbrica.
Dopo la pubblicazione del WP istantaneamente T. è diventato mafioso. Dicevo, non avendo ancora letto che due righe: immagino che la telefonata fosse stata fatta dando per scontato che c'era frode. Quindi cosa avrà chiesto Trump? un riconteggio dei voti, sicuro che se fatto a regola d'arte avrebbe vinto alla grande ... Poi ho letto un po' di cose e la prima idea è stata confermata.
Ecco la registrazione nel passaggio chiave. Trump dice che c'è stata frode, Raffensperger -Georgia Secretary of State, un repubblicano- nega, Trump gli ribatte "sai che l'hanno fatto e non lo stai segnalando, questo è un atto criminale, non puoi lasciare che accada", ci saranno conseguenze penali (Trump, volendo, puo' muovere la giustizia federale) per lui e il suo avvocato ("è un grosso rischio", precisa).
Poi dice, abbiamo vinto con centinaia di migliaia di voti di vantaggio, ma "guarda, tutto quello che voglio fare è questo, voglio solo trovare 11.780 voti ... perché abbiamo vinto lo Stato. Allora dimmi Brad cosa faremo? Abbiamo vinto le elezioni e non è giusto che ci siano tolte in questo modo, e sarà molto costoso in molti modi".
La registrazione l'ha fatta lo stesso Raffensperger, segretamente, il che è reato. La pubblicazione sul WP inoltre non riporta trattarsi di "discussione di accordo riservato" del contenzioso, che è ancora in corso.
Ora Raffensperger deve rispondere a due cause, un reato federale e uno statale, intentate dall'avvocato della Casa Bianca.
E' uscito un libro di A. Scianca sulla filosofia di Mussolini, che Marcello Veneziani ha commentato. E' corretto attribuire a Mussolini una vicinanza alla "filosofia della prassi", facendo il paio con Gramsci, anche se sarebbe complicato spiegare cos'è esattamente questa filosofia in termini concreti.
Per Mussolini pre-Grande Guerra voleva dire accumulare forze bastanti a realizzare quella "rivoluzione" in Occidente che avrebbe liberato il proletariato dalle catene del capitalismo, e Gramsci, più giovane, fu un suo allievo, di corrente, innanzitutto, la massimalista, all'interno del Partito socialista.
Corrente di sinistra che estromise Turati & C., cioè i riformisti, dalla testa del Psi nel 1912 (portando il giovanissimo Mussolini alla guida dell'Avanti, il giornale del partito).
E fu una grande sciagura, perché la svolta a sinistra del Psi costrinse Giolitti -che coi socialisti aveva formato una specie di centro/sinistra di fatto- a buttarsi nelle braccia dei cattolici, ancora fuori dalla politica, per decisione papale dopo la presa di Roma, siglando un accordo conosciuto come "Patto Gentiloni".
Poiché la formazione filosofica avviene in gioventù, al momento dello scoppio della guerra Mussolini era un uomo di 31 anni, politicamente e culturalmente ben definito.
La svolta nazionalista (non nel senso di adesione a quel partito) e poi fascista aggiunse poco al suo bagaglio politico e culturale, si trattò solo di una risistemazione di idee guida già presenti in lui fin da giovanissimo e forgiate dalla prassi oltreché dalle mode ideologiche del tempo: Marx, Sorel, Nietzsche, Le Bon, su tutti.
Leggendo la recensione di Veneziani spunta però un nome inaspettato, Heidegger: "Mussolini non è un filosofo, è un autodidatta e un opportunista politico, non è un esegeta di Platone o un interlocutore di Heidegger, non è nemmeno l’AntiKant, come sostiene Scianca".
In che senso "interlocutore" di Heidegger?
Il filosofo tedesco, non solo è più giovane di Mussolini, ma nel periodo della formazione culturale di quest'ultimo -ribadisco, prima della guerra- era un novizio che voleva farsi gesuita.
Quando poi rinunciò, diventando professore universitario, divenne rettore al tempo di Hitler, proprio per la sua vicinanza ideologica al nazismo.
In ogni caso la citazione è ridondante, per non dire sbagliata.
Con il che si capisce come la cosiddetta "cultura di destra" fatichi a farsi una reputazione.
Covid-19: il “caso” Italia. Il Modello che ha previsto esattamente l’evoluzione e la fine del “ciclo epidemiologico” da metà marzo
Due scuole di analisi e previsione si contendono l’attenzione del pubblico e dei governi, quella statistico/matematica e quella fisico/matematica. Qui viene proposto un nuovo modello (poco più che una BOZZA) che supera i limiti di entrambe
Le grandi crisi, siano esse di natura economica, sociale, o, come nel caso di cui si tratta qui, di origine epidemiologico-sanitaria, finiscono inevitabilmente per incidere in modo duraturo sulla vita delle persone e, più in generale, sulle stesse modalità in cui lo Stato si rapporta ai cittadini. Le stessa gerarchia decisionale degli stati può subire stravolgimenti sostanziali, con una delega a volte di fatto, più spesso esplicita, di ampi poteri decisionali, riguardanti le stesse libertà fondamentali dei cittadini, trasferiti a esperti in nome della scienza e ai governi.
Oggi che il quadro complessivo di queste trasformazioni è più preciso, non credo sia esagerato sostenere che siamo di fronte ad una svolta epocale rispetto a come il pianeta ha strutturato negli ultimi decenni le relazioni tra economia e stato nazionale, e tra questo e le libertà dei cittadini.
È poiché l’irruzione del Sars-Cov-2, con la correlata malattia Covid-19, sono stati una specie di gong per l’innesco del processo suddetto, è essenziale, per giudicare la congruenza delle misure adottate dai governi e la portata delle tendenze innescate, penetrare meglio i “segreti” di questo virus e la “potenza” distruttiva della malattia causata.
Due tendenze
Le organizzazioni internazionali in campo sanitario ―come il WHO (OMS – Organizzazione mondiale della sanità)― a fronte dell’irruzione del Sars-Cov-2, con la correlata malattia Covid-19, sono state chiamate a dare indicazioni operative agli stati, non senza creare frizioni (Donald Trump).
La contrapposizione si è trasferita rapidamente sul piano politico all’interno degli stati, con la formazione di due “partiti”, “Pessimisti” e “Ottimisti”, o anche “Catastrofisti e “Negazionisti” (prendendo come riferimento la terminologia usata dai rispettivi avversari). Una sorta di riedizione della cinquecentesca contrapposizione fiorentina tra “Piagnoni'” e ” Arrabbiati”.
Lo stesso termine “pandemia”, utilizzato dal WHO, è stato salutato positivamente dai “catastrofisti” e contestato dai “negazionisti”. I più estremisti tra questi ultimi sono arrivati a ipotizzare che la Covid-19 sia un’invenzione degli stati per rafforzare e concentrare il potere nei rispettivi esecutivi.
Allarmismo e Scienza
Il dottor Anthony Fauci, esperto di malattie infettive del governo Usa di recente ha rilasciato una meditata valutazione sul Coronavirus (termine corrente utilizzato per il Sars-Cov-2) in cui ha definito la pandemia in corso il suo “peggior incubo” (“In un periodo di quattro mesi, ha devastato il mondo intero”), insistendo sul fatto che la lotta contro la sua diffusione è tutt’altro che conclusa. Ma interessante, ai fini di questo studio, è anche la dichiarazione quasi di impotenza: “Mio Dio (“Oh my goodness”)”, “Dove andrà a finire? Siamo ancora all’inizio di una vera comprensione”.
Quanto all’Italia, poiché in questa trattazione ci si limita in particolare a questo singolo “caso”, il suo ministro della sanità, Roberto Speranza così si è espresso: “Oggi possiamo dire che non c’era alternativa alla durezza delle misure adottate”, misure che, com’è noto, si sono caratterizzate per un lockdown “cinese”. Tutto giustificato sotto l’ombrello della scienza.
Scienza cioè modelli
Attenzione, modelli non vuol dire sempre scienza. Su quali modelli si saranno basate previsioni del tipo “Covid come la Spagnola. Riprese ferocemente a settembre” (delegato italiano dell’Oms, Ranieri Guerra), oppure “se riapriamo tutto potremmo trovarci entro l’8 giugno con 151mila persone in terapia intensiva” (in Italia oggi i ricoverati in TI sono 46)?
Il modello più noto in epidemiologia è il SIR, acronimo di Susceptible (“Suscettibili”), Infected (“Infettati”) and Recovered (“Recuperati”/ “Guariti”). Gli scenari previsionali correnti sono basati su tale modello, compresi quelli del celebre Imperial College di Londra (ICL).
Neil Ferguson dell’Imperial College London – Fonte: wikipedia
Purtroppo tali modelli, analogamente a quelli di economia, ad un certo punto hanno fatto il “salto di specie”: da modelli di scuola, buoni per esercitazioni del primo anno di biologia, giusto per far capire certe dinamiche, sono diventati realtà con cui misurarsi. I problemi nascono anche perché è difficile che i dati dei Susceptible, degli Infected e dei Recovered siano disponibili in forma accurata e affidabile. Ma se li si mette in discussione arriva la difesa a oltranza ―non molto diversamente che nella contrapposizione di cui si è parlato sopra― con contorno di accuse, anche pesanti. Si pensi a quanto accaduto in Inghilterra a marzo, quando Sunetra Gupta e la sua squadra di Oxford hanno seminato dubbi sul modello imperiale di Roy Anderson e Neil Ferguson, ricevendo per tutta risposta attacchi ―lo ha fatto Ferguson ― con termini come “ridicolo”, “pericoloso”. Era il periodo in cui in Italia si è demonizzata persino la “passeggiata” individuale.
L’Apocalisse non dovrebbe sostituire la scienza, ma GiuseppeConte, DonaldTrump e Boris Johnson a marzo sono stati sommersi da rapporti con proiezioni apocalittiche. Neil Ferguson, nell’ipotesi che “il governo non fa niente”, profetizzò che in UK si sarebbero avuti ―nel “worste case” (“caso peggiore”)― 500mila morti, e negli Usa 2,2mln (nel “best case”, in risposta a una domanda di un giornalista del NYT, la metà secca, 1,1mln).
Un discorso a parte meriterebbero gli indici Ro e Rt. Mancando lo spazio, riporto il giudizio del prof. Enzo Ballatori, uno statistico esperto, espresso al termine di un discorso molto tecnico: “…non vedo quale apporto conoscitivo possa dare Rt. Eppure Rt sta ancor al centro dell’attenzione”.
Accanto al ICL è salito all’attenzione del grande pubblico anche il modello “Matematico-Generativo” (o fisico/matematico) dell’inglese Karl Friston, celebre neuroscienziato con il pallino della matematica. La sua idea centrale è che si debba “guardare sotto il cofano”, riordinando i dati gerarchicamente, alla ricerca della “causa”, e ricorrendo ad una tecnica chiamata inferenza bayesiana.
Ma anche tale modello non ha dato buona prova, dato che ha previsto un numero dei morti in UK oscillanti tra 14-22mila unità, quando a tutt’oggi si è arrivati a 45.700. Friston è un tipo originale. La sua idea più strampalata sembrerebbe quella della “materia oscura” immunologica, ovvero una causa non facilmente rintracciabile, che rende una popolazione più immune di altre per ragioni al momento imperscrutabili (i tedeschi potrebbero avere una maggiore immunità storica, tutta da scoprire). E tuttavia, come altre idee di Friston, anche questa va tenuta nel conto, più per gli stimoli che dà che per i risultasti pratici che genera. Insomma va bene cercare le “cause”, “guardare sotto il cofano” o tirare in ballo la “materia oscura”, ma poi quel conta sono i dati delle previsioni e la loro accuratezza. Solo così si può sperare di aver ottenuto una buona imaging virtuale dei processi reali, cui spetta il giudizio finale.
Il modello
Il modello qui proposto prende in esame il dato più certo, i decessi, mentre per quanto riguarda la sua struttura, assume la stagionalità come elemento caratterizzante.
Riguardo al secondo aspetto, non appena ai primi di gennaio arrivarono dalla Cina i files del virus, si vide subito che aveva il 70% di elementi strutturali in comune con Sars-CoV (2003) e Mers-Cov (2012). Il Sars-CoV, il più affine dei due (hanno in comune anche il recettore ACE2), comparve a novembre, per scomparire a giugno, mostrando una spiccata stagionalità. Era lecito pertanto ipotizzare già da gennaio di quest’anno un andamento simile per il nuovo virus che, non a caso, prese il nome di SARS-CoV-2.
Ulteriori ricerche hanno evidenziato un analogo comportamento stagionale nell’influenza di Hong Kong, il cui virus è il primo della lista dei sette coronavirus conosciuti: partita nel luglio del ’68 in Asia impiegò 18 mesi ad arrivare in Italia, mettendo a letto 13 mln di persone, riempiendo gli ospedali e facendo 5mila morti.
L’ipotesi che il SARS-CoV-2 fosse un virus stagionale era inoltre confermata dai dati cinesi che già ai primi di marzo mostravano un deciso trend discendente nel numero dei decessi.
I grafici
Una volta stabilito il quadro generale di riferimento, è cioè stagionalità del virus e priorità all’analisi dei decessi, si è reso necessario stabilire quanti dati fossero necessari per far sì che il “motore” matematico interno del modello riconoscesse la dinamica dell’epidemia, espressa in durata temporale e numero dei decessi, e producesse una previsione attendibile. Empiricamente si è visto che ciò era possibile con 20-25 giornate dall’inizio della conta dei decessi. Per l’Italia la sequenza effettiva delle prime 5 giornate (dal 24 febbraio) è questa: 4, 0, 0, 5, 4. Come si vede ci sono due giornate con zero decessi che, se reiterati, avrebbero segnalato una mancanza di forza del virus che non avrebbe permesso alcuna analisi significativa. Ma a partire dalla sesta giornata i numeri si fanno più consistenti e il trend prende corpo. Raggiunte le 20-25 giornate il modello è stato in grado di genere l’intera sequenza teorica della “pandemia” con il relativo numero di decessi totali previsti.
Quello che segue è il grafico con i dati reali (barre) dei primi 22 giorni e la proiezione dei decessi (linea continua) lungo tutta la durata prevista dell’epidemia che si sarebbe estesa, secondo il modello, fino alla seconda metà di luglio.
1. Simulazione del 16/03/2020 dell’andamento dei decessi (linea continua) sulla base dei dati dei primi 20 giorni (barre)
Il secondo grafico mostra l’andamento effettivo, rappresentato dalle barre giornaliere dei decessi fino a luglio, confrontato con quello teorico generato a metà marzo.
2. Italia – andamento Teorico (linea continua) ed Effettivo (barre) dei decessi a metà luglio 2020
Come si può vedere, i dati reali della fase iniziale, con la drammatica impennata dei decessi, tendono a posizionarsi al di sopra della linea di trend, mentre nella discesa al di sotto. Abbastanza accurata la previsione sui decessi: al 14 luglio il totale previsto era di 36.533, a fronte del dato reale di 34.984. Uno scostamento più che accettabile, tenendo conto del fatto che la previsione è di 4 mesi prima.
Naturalmente il modello completo è costituito da un insieme di strumenti di analisi molto potenti, che prevedono il monitoraggio del trend lungo tutta la sua durata.
I dati della parte destra del grafico rappresentano una sorta di “sciame” finale, difficilmente comprimibile, data la tipologia odierna della mobilità delle persone su scala interna e internazionale.
Nota finale
In conclusione, cosa ci dicono questi grafici? Innanzitutto che le politiche “dure” dei governi utilizzate per pilotare il corso e l’intensità della pandemia (termine che uso per comodità, ma su cui non c’è accordo scientifico) potrebbero non essere così decisive, visto che essa sembra seguire una sua logica intrinseca. Qui non possiamo riportarli, ma i dati, i grafici e le previsioni sugli altri paesi, a cominciare da quelli sulla Svezia, confortano questa ipotesi.
Dal punto di vista scientifico questo modello testimonia che è possibile superare gli scostamenti drammatici tra gli “scenari” prodotti dal modello ICL (o altri) e la realtà dei fatti.
Aggiornamento
A un giorno di distanza dall’uscita di questo articolo, è arrivata questa sorprendente dichiarazione per bocca di Margaret Harris, portavoce del WHO (OMS): ” La pandemia non è stagionale, sarà una ‘unica grande ondata’. Siamo ancora nella prima ondata della pandemia, sarà ‘un’unica grande ondata’ e ‘andrà su e giù’ “, aggiungendo che ” la cosa migliore è cercare di tenere la curva piatta “. E ha concluso affermando che ” Le persone ancora pensano alle stagioni, quello che dobbiamo tutti capire è che questo virus è nuovo e si comporta diversamente ”.
Contesto con fermezza questa tesi della Harris, non suffragata da alcun dato, se non a livello impressionistico. Della stagionalità dei Coronavirus si sa quasi tutto, quanto al Sars-Cov-2, sul fatto che sia nuovo non c’è dubbio, ma le sue caratteristiche strutturali sono quelle riportate. Il prof. Guido Silvestri della Emory University di Atlanta (dove è a capo del dipartimento di Patologia), diventato piuttosto noto con le sue “Pillole di Ottimismo” su Facebook, ecco cosa dichiarava lo scorso 2 maggio: “Allora ripeto per l’ennesima volta. Quando si dice ‘a questo virus non piace il caldo’ non ci riferisce alla temperatura a cui il virus stesso viene disattivato dal calore, ma alle temperature che rendono instabili le goccioline di fomiti (saliva, starnuti, tosse etc) che trasportano il virus nell’ambiente. Questo meccanismo è noto ai virologi da decenni, e spiega perché tutte le infezioni virali respiratorie sono altamente stagionali con chiarissima predilezione per l’inverno. Onestamente pensavo che fosse un concetto ovvio, di quelli che ogni studente principiante di microbiologia impara nel primo mese di lezione, ma vedo che è bene spiegarlo di nuovo “.
D’accordo, ma credo si debba spiegare meglio l’azione dei raggi solari ultravioletti. Ebbene esistono studi accurati su tale azione. Vista l’importanza dell’argomento faccio un’eccezione e ne cito uno, “UV-C irradiation is highly effective in inactivating and inhibiting SARS-CoV-2 replication“. Uno degli autori, Giovanni Pareschi così riassume l’interazione raggi/virus: “Purtuttavia lo spettro UV-B + UV-A che ci arriva dal Sole è comunque in grado di neutralizzare il virus: in ambienti aperti d’estate a mezzogiorno, il virus può essere inibito dopo circa 10 minuti di irraggiamento, mentre in inverno questo processo ha la durata di alcune ore“.
A suffragare la stagionalità del Coronavirus c’è anche l’andamento aggressivo nei mesi invernali negli stati in cui le stagioni sono rovesciate rispetto all’Europa e all’America del Nord.
Contestabile anche la tesi della Harris sull’ “un’unica grande ondata“. Più sopra, riguardo alla situazione odierna, ho parlato di “sciame”. Per l’Italia l’affermazione è giustificata dall’andamento del grafico. Attualmente non c’è alcuna possibilità che un’ondata di decessi possa ripartire, insomma che si riformi un trend rialzista della curva, non c’è la “forza” sufficiente per innescarlo. Bisognerà aspettare l’inverno per vedere se tale “forza” si ripresenterà, ma in quel caso si tratterà di una nuova ondata, che il software segnalerà tempestivamente (come nella fig. 1), con le previsioni di durata e numero di decessi totali.
[ L’aggiornamento è del 29/07/2020 ]
P.S.: Il software non è in vendita, l’autore del modello tuttavia è disponibile a mostrare a un gruppo di esperti il suo funzionamento, con azzeramento dei dati e immissione ex-novo dei primi 20-25 (dell’Italia o di altri paesi).
Luciano Priori Friggi Economista, giornalista, autore di libri su Frédéric Bastiat, Machiavelli, Brigantaggio. Docente in corsi Master post-laurea, ex-docente a contratto università
“Ritorno alla normalità”, il documento con cui il prof. Guido Silvestri delinea le tappe per una rapida uscita dall’emergenza
Oltre trenta personalità del mondo della scienza hanno firmato un documento, elaborato dal prof. Silvestri, che rappresenta un vero e proprio “sasso nello stagno” sulle certezze intorno alla COVID-19
Il prof. Guido Silvestri lavora negli Usa come virologo (di fama mondiale, presso la Emory University di Atlanta) e medico ospedaliero (in qualità di direttore del Dipartimento di Patologia e Medicina di laboratorio della stessa università). Ha sviluppato un intenso rapporto su Facebook con i suoi estimatori italiani, che sono tanti (5mila, il massimo consentito dalla piattaforma), pubblicando periodicamente un lungo commento, quasi una rubrica, sul Coronavirus, dal titolo “Pillole di ottimismo”. Il documento che segue è l’ultimo della serie, e non solo in senso temporale, perché trattasi del commiato dai suoi lettori. COVID-19 non semina più il terrore di un paio di mesi fa, è ora di tornare alla normalità, dice il professore, ma non senza mettere i puntini sulle i rispetto alle tante anomalie ed errori che hanno caratterizzato, e probabilmente segnato più di quanto al momento appaia, questa prima parte dell’anno, certamente densa di elementi di eccezionalità.
INTRODUZIONE
Questo pezzo finale, di cui ho soppesato a lungo le parole, una per una, penso si rivelerà un “sasso nello stagno”, per il quale temo che non mi verranno risparmiati gli attacchi, presumo anche personali. Sono riflessioni mature che si basano non solo sulla mia analisi “competente” della pandemia (perché nessuno può accusarmi di non capire niente di virus ? ), ma anche sulla mia esperienza personale — di medico, di scienziato, e di padre. E sono giunto alla conclusione, ponderata, che ho l’obbligo morale di condividere queste riflessioni con chi mi segue.
Un’altra doverosa premessa è che questo post rappresenta delle mie opinioni e non dei fatti – opinioni, quindi, sulle quali si può e si deve discutere. Però ci tengo a sottolineare che non sono opinioni “qualunque”, ma vengono da un osservatorio privilegiato: come virologo (che è la disciplina per cui sono noto), ma anche come medico che ha guidato un dipartimento di un grande policlinico universitario durante la tempesta di COVID-19, e come uno studioso attento dei dati epidemiologici e che ha avuto accesso diretto a molti “big” mondiali del settore.
Il professor Petr Chumakov, microbiologo di fama mondiale, conferma, senza citarle, le tesi del Nobel L. Montagnier, il virus è stato creato in un laboratorio di Wuhan: «hanno fatto cose completamente pazze».
di Luciano Priori Friggi
Il professor Petr Chumakov, celebre microbiologo, ricercatore capo presso l’istituto Engelhardt di biologia molecolare, e collegato con il Centro federale di ricerca russo per la ricerca e lo sviluppo di preparati immunobiologici, ha rilasciato un’intervista al giornale Moskovsky Komsomolets su come il virus Cov-Sars-2 si è evoluto, per passare dall’ambiente animale a quello umano.
Chumakov afferma categorico che in Cina gli scienziati del laboratorio di Wuhan sono stati attivamente coinvolti nello sviluppo di varie varianti di coronavirus da oltre dieci anni. Evidentemente si tratta di un aspetto a tutti noto nel mondo della ricerca scientifica, tanto più che di mezzo sembrerebbe ci siano anche gli americani, quasi certamente come co-finanziatori di queste ricerche.
Solo che i ricercatori cinesi, dice lo scienziato russo, “secondo me, hanno fatto cose assolutamente pazze”. E in che cosa sono consistite queste attività tanto azzardate? “Ad esempio, hanno operato inserti nel genoma, che hanno dato al virus la capacità di infettare le cellule umane”. E aggiunge: “Tutto questo è stato analizzato, il quadro della possibile creazione dell’attuale coronavirus sta lentamente emergendo”. Questi inserti sono “sostituzioni della sequenza naturale del genoma, che gli ha dato proprietà speciali”. Poi deve esserci stato qualche inciampo o trascuratezza, ad es. un topo fuggito dal laboratorio.
Una seconda “rivoluzione” è in arrivo, dopo quella degli antibiotici, grazie all’impiego dell’ozono, con benefici non solo per la cura delle malattie ma anche in campi diversi come la veterinaria e l’agricoltura
di Luciano Priori Friggi
L’intervista al prof. Marianno Franzini, presidente della SIOOT, riveste un’importanza particolare. Sull’argomento Coronavirus di articoli ne sono usciti migliaia, forse, a livello mondiale, centinaia di migliaia, io stesso ne ho consultati un numero davvero elevato, ma è la prima volta che mi trovo di fronte ad un’ipotesi di lavoro per certi aspetti risolutiva.
Si pensi alla corsa che c’è stata per mettere in opera ospedali più o meno improvvisati, alla ricerca di ventilatori in tutto il mondo, con i vari paesi che cercavano di accaparrarsene in tutti i modi una parte dei pochi disponibili, agli “aiuti” implorati a destra e a manca, qui si delinea per contro non solo una strategia specifica per certi aspetti completamente diversa, ma anche un “modello” di sanità meno centrata sull’ospedale e dai costi irrisori, se confrontati con quelli fin qui ipotizzati per gli adeguamenti.
E se, come giustamente osserva Franzini, è solo una questione di far “provare” l’efficacia della Ossigeno-Ozono Terapia —peraltro già ci sono una ventina di ospedali che lo fanno— per una cura che oltretutto «costa nulla», lo si faccia su larga scala, in modo da avere anche i numeri di supporto per una decisione nel merito a livello nazionale —non facile da prendere sotto molti aspetti, visti anche gli interessi in gioco. Anche perché è dal 1993 che il Ministero della Sanità ha riconosciuto l’attività antivirale e antibatterica dell’ozono sul sangue. Si spera tuttavia che di fronte ai risultati specifici, rispetto ai quali Franzini ha pochi dubbi, perché si tratta di una pratica oltretutto consolidata in diversi ambiti, si agisca rapidamente.
Ed è anche una questione economica, perché per la sanità di soldi in futuro, con l’adozione del “modello SIOOT” (che è molto di più di una contingente tecnica mirata), non ce ne vorrebbero poi così tanti da andare a piatirli in Europa.
Professor Franzini, lei è presidente della Sioot International di cui la Società Scientifica di Ossigeno-Ozono Terapia (da qui in avanti OOT) italiana è una sezione, ci può descrivere quali sono gli scopi della società, e in particolare perché ha come riferimento applicazioni legate esclusivamente all’ozono?
La Sioot è una società internazionale, nata in Italia nel 1982, questo per dirle che sono circa 40 anni che seguiamo sia la ricerca che la pratica della OOT. Ciò può far comprendere quanta esperienza in questi 40 anni abbiamo maturato in questo tipo di utilizzo di questa pratica, perché non è un farmaco ma il risultato dell’unione dell’ozono che è tratto dall’ossigeno. L’ozono è O3, l’ossigeno è O2, attraverso l’ossigeno si forma l’ozono che poi viene utilizzato.
Parleremo di ozono, e poi di malattie e prevenzione, e naturalmente di COVID-19. Ho letto che c’è stata l’autorizzazione del Ministero competente per la sperimentazione negli ospedali sulla base di un protocollo Sioot, basato sulla OOT…
Sì, il 24 marzo scorso ne abbiamo dato notizia, tuttavia non la chiamerei tecnicamente sperimentazione, è iniziata la pratica concreta negli ospedali dai quali traiamo i numeri per vedere quanto è efficace la OOT, che è una pratica “compassionevole”.
Nel Regno Unito la cruda strategia del “laissez faire, laissez passer” del primo momento si sta articolando in proposte che richiamano lo “stile bellico”.
di Luciano Priori Friggi
Pur rifiutando il “fermare tutto”, restrizioni severe si sono concentrate sugli over 70. Bojo è stato criticato perché, di fronte al propagarsi in Europa del coronavirus, aveva scelto per la Gran Bretagna il non intervento. Con il Covid-19 declassato di fatto a gran seccatura, rimaneva da capire se ci fosse dietro una qualsiasi strategia di contrasto degna di questo nome. Si è detto che questa consistesse innanzitutto nella riaffermazione della proverbiale saldezza di atteggiamento del popolo britannico di fronte alle avversità, caratteristica che, come già successo in guerra, si sarebbe tradotta in calma e impassibilità di fronte alle inevitabili vittime, in questo caso gli anziani, i più deboli («molte famiglie perderanno i loro cari», aveva concluso in modo crudo Johnson).
La previsione sui decessi che presento riguarda l'andamento dell'ondata Covid in Italia. Ne sappiamo tutti poco, ma girano cifre apocalittiche, soprattutto ad opera di studiosi di statistica, epidemiologi, cioè statistici, che stanno condizionando la politica. Vediamo cosa può in realtà accadere.
Le premesse di questo studio sono poche e tutte ricavate dalle esperienze passate: stagionalità, traiettoria in una certa misura ricavabile con un procedimento matematico che prescinde da qualsiasi misura di contenimento, dando per scontato che comunque ci sia nelle persone una naturale e istintiva tendenza a una maggiore attenzione alla distanza inter-individuale... se ci saranno conferme non è dato sapere, ma se accadrà si potrà affermare che la "matematica del virus" non è più un mistero, perché è stata scoperta.
Nel grafico qui sotto ci sono i dati sui decessi in Italia disponibili al momento della previsione che è del 16/03/2020. L'Ondata parte il 24 Febbraio del '20, stando alle comunicazioni ufficiali, con i primi quattro decessi.
Il grafico riporta lo stato dell’analisi previsionale con i dati fino al 15/03 (barre blu). Il Modello (CPM-Composite Predictive Model) ha individuato il formarsi dell’Ondata in tutta la sua estensione, di cui ha tracciato l’andamento con le varie fasi: rapida ascesa, picco, lenta discesa e annullamento. Una sorta di campana anomala. La previsione è visualizzata dalla linea continua rosso/marrone.
La previsione dei decessi totali intorno al 14 luglio '20 è di 36.000, mentre il picco dell'Ondata è collocato sul 28 marzo con 941 decessi.
Luciano Priori Friggi
Avvertenza: questo è uno studio previsionale di tipo statistico e non ha alcuna pretesa di rappresentare una qualsivoglia indicazione di tipo operativo.
Recentemente una ricerca di un prestigioso istituto tedesco ha messo in evidenza le difficoltà di Italia e Francia a convivere con l’euro, mentre la Germania ne avrebbe beneficiato.
L’approfondimento di Luciano Priori Friggi
Recentemente una ricerca di un prestigioso istituto tedesco ha messo in evidenza le difficoltà di Italia e Francia a convivere con la moneta unica, mentre la Germania ne avrebbe beneficiato. Un argomento da “sovranisti”, che gli avversari liquidano solitamente con un’alzata di spalle, ma che questa volta è diventato un “caso”. Ora che il clamore sulle conclusioni cui è giunto si sono attenuate, proviamo a discuterne con calma.
Uno studio redatto in Germania non può, secondo la vulgata, che distinguersi per precisione e accuratezza. Quello che sto per presentare non è da meno, con in più, tuttavia, una caratteristica inusuale a quelle latitudini, puntare a fare scandalo.
L’AREA CULTURALE DI RIFERIMENTO
Vediamo subito chi sono gli autori: si tratta di Matthias Kullas e Alessandro Gasparotti, entrambi membri del team del “Cep – Centro per le politiche europee di Friburgo”, e lo studio che firmano già anticipa nel titolo un contenuto bollente, “20 anni di euro: vincitori e perdenti”.
Sgombriamo subito il campo da illazioni e dietrologie varie su chi c’è dietro al Cep. A presiedere l’istituto è un economista accademico di orientamento liberale, il prof. Lüder Gerken, che ritroviamo anche alla testa del “Friedrich August von Hayek Stiftung”, una fondazione che si propone, come si legge nel suo sito, di puntare “al consolidamento e alla promozione delle basi di un ordine economico e sociale liberale a livello nazionale e internazionale nello spirito di Friedrich August von Hayek”. Com’è noto Hayek è stato l’avversario di J. M. Keynes —rispolverato e osannato dai nostri “sovranisti”—, in nome della libertà e del mercato, di contro allo “statalismo”, o supposto tale, dell’economista inglese.